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Cicjarèm
in Briansöö
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Rubrica
dedicata al Dialetto Brianzolo a cura di Alberto Manzoni
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PRESENTAZIONE
E SCOPI
Buongiorno
a tutti i lettori! Mi chiamo Alberto Manzoni e da oggi in poi, la mia
piccola e umile rubrica farà capolino fra le pagine elettroniche di ‘Macherio.net’.
Di cosa parleremo? be’, lasciatemela prendere ‘un po’ larga’ ...
C’è
un mondo, nascosto e per la maggior parte di noi lontano che se ne sta
andando, lentamente e in un indegno e inascoltato grigiore; che se ne
sta andando –permettetemi un’espressione un po’ piú forte- in
malora, ahimè.
Certo,
la mostra sulle popolazioni scitiche, sarmatiche e àvare svoltasi a
Milano è stata interessantissima, e ha aperto, ai piú tra gli
interessati, uno sguardo su popolazioni scomparse e misconosciute. La
mostra sull’arte del Gandhara e altri stili dell’Oriente Estremo e
dell’Asia centrale e meridionale; affascinante. La mostra su Monet, a
Treviso. I paesaggi ritratti, capolavori appaganti e tutti da ammirare e
dai quali lasciarsi trascinare. Ci sarà, un giorno, magari a Monza, la
mostra sulla scomparsa civiltà brianzola?
‘Civiltà’,
perché civiltà non denota solo opere letterarie o arte pittorica o
statuaria, ma anche e soprattutto un modo di sentire, certe concezioni,
idee, modi di agire e pensare, di avvertire la realtà; un insieme di
credenze e conoscenze, fatta di tanti piccoli gesti, magari neanche piú
compresi, ma riprodotti con umile fedeltà.
Recentemente
sono stato in Bretagna. Terra meravigliosa; anche la gente, belle
persone dal mare, l’Oceano negli occhi e il Sole nei capelli. Io, poi,
partivo parziale: filo-celta, amante di queste popolazioni avventurose,
coraggiose per mare e per terra, avventurieri e navigatori, grandi
tecnici (pensate ai cuscinetti a sfera lignei nei mozzi dei loro carri
... anzi, ‘carro’ è una parola celtica) e pensatori, poeti, dotti,
eremiti ed evangelizzatori, missionarî e soldati, ... per tacere il
fatto che siano i nostri antenati. Già, perché tra tutte le
popolazioni che attraversarono, corsero la nostra terra o vi ci si
stanziarono, pochi come i celti ebbero la ‘parte del leone’; forse
solo i Romani, in parte, di piú, e i prodi Longobardi. Ma ne parleremo
altrove ...
Bene,
giunto colà come amante a priori del popolo bretone ... be’, li avrei
strangolati tutti! ne avessi incontrato uno (non due, cinque, venti, ...
UNO!!!!) orgoglioso di parlare bretone (o almeno IN GRADO DI PARLARLO!)!
La cosa mi ha profondamente deluso e spinto a riflettere. Che cosa vuol
dire, allora, parlare e vivere la propria lingua materna? E cosa vuole
dire e perché perderla in luogo di un’altra?
Allora,
innanzitutto una mia breve presentazione e lo scopo del mio essere qui,
su queste pagine impalpabili.
Mi
chiamo Alberto Manzoni, ho 28 anni e sono laureato in Lettere Moderne,
autore di una tesi in Filologia Romanza su liriche provenzali di
(presunti) trovatori Aragonesi o Catalani. La mia vera e profonda
passione sono le lingue e le glottologie, nonché Storia e archeologia.
Sono un po’ il classico tipo noioso, insomma ...
Di
una cosa, la mia ‘Grande Opera’ poco alchemica ma forse altrettanto
utopica, e cioè, lavoro cui mi dedico sin dall’infanzia, quando
accompagnavo nonno Achille in la tèrra o in di pulastar a dagh ul mangjà,
o in dal furmentón a sluvassàl o, ancora, in la pjana di patati a
schiscjà i béss di batavi, o ascoltavo ul ziu Gjuvànn o la nonna
Bambina con i suoi “Èccula!”, il tentativo di preservare, tramite
la raccolta fedele dei suoi termini ed espressioni ma anche la sua
codifica con ampio respiro, nonché un tentativo di insegnamento, un
Mondo che oramai, per la piú parte, vive nel ricordo, e dove vivo, è
isolato in aree umane definite insolentemente come ‘ignoranti
l’Italiano’ o ‘d’altri tempi’. Concretamente, il mio lavoro
consiste nella raccolta di termini, espressioni, proverbi, modi dire del
dialetto Briansöö quello vero, non quello italianizzato, per
sistemarlo e dargli una veste grafica nelle mie intenzioni definitiva
realizzata nella creazione di un vocabolario etimologico (nel quale, cioè,
sia data ragione dell’origine della parola) e a una raccolta di
proverbi, a una raccolta di modi di dire, e, infine, a una grammatica
storica tale da potere essere adottata nella istituzionalizzazione
scritta e ordinata di tutte le varietà di dialetto brianzolo (tanto
Briansöö che Brianzöö) che sfoci in una collana di studî tale da
coprire (e, forse, anche da fornire dei testi ‘ufficiali’, libri
‘di testo’, di riferimento) tutta la Brianza linguistica, salvo poi
espandersi (sogno) a tutto il territorio milanese, poi lombardo, poi
gallo-italico e/o padano (i dialetti veneti, salvo alcune notevoli
eccezioni, non sono infatti di origine gallo-italica). Altra cosa molto
bella da organizzare, ma per la quale servirebbero molte persone e
conoscenze e capacità, competenze che a me mancano, sarebbe la
creazione di un archivio fotografico della ‘Brianza di una volta’,
con fonti e commenti a ogni singola immagine. Anzi, esorto chiunque
nutra interesse quando non amore per il proprio dialetto e voglia
partecipare a questo grande progetto/utopia, a contattarmi alla mail brigantiamoguntiaca@yahoo.it
o presso la redazione di questo sito a info@macherio.net
Ora,
questi i miei scopi sulla lunga distanza; quello che invece mi propongo
di fare nell’immediato, è la pubblicazione on line (‘na völta
gh’eva dumè da parlà in djalètt –gh’eva anca dumè quèll e sa
cugnusseva dumè quèll!-, poeu l’è rivàa l’Italjàn, adèss sa
parla dumè Ingléss, se nò sèm ignurànt! ... a disan.) di una sorta
di corso, grammatica del dialetto che, riveduta, accresciuta e corretta
costituirà poi il mio volume di grammatica storica e normativa. Quanto
mi prefiggo è articolato in pú punti: è il tentativo di insegnamento
(per chi non lo conosce e vorrebbe apprenderlo, capí ‘sa disum!), di
ripasso e puntualizzazione (per chi già parla dialetto) e di
alfabetizzazione (speccji, ca va spjèghi ...uffendés minga!) o
perlomeno di normalizzazione della grafia per poter imparare a leggere
il dialetto e sfatare il mito per cui il dialetto “è difficile da
leggere”. Certo, al giorno d’oggi tutti sono andati a scuola e sanno
leggere e scrivere la propria lingua natale. Ma supponiamo che siate
Italiani nati e cresciuti in Francia o negli Stati Uniti, e quindi la
vostra lingua ‘ufficiale’ sia il Francese o l’Inglese. Supponiamo
poi che veniate a trovare parenti in Italia. Credete che sarebbe facile
leggere un giornale italiano? Certo che sí, non l’avreste mai
studiato a scuola! E la difficoltà nel leggere il Brianzolo sarebbe
diversa? Siamo abituati a una scrittura a base italiana, che si adatta
abbastanza bene al dialetto, con piccoli accorgimenti. Basta abituarsi a
leggerlo e impararne alcune regole, cosí come lo è stato alle
Elementari per l’Italiano.
Ora,
una questione cruciale che, pur nella grande omogeneità di idee mi vede
lievemente contrastare le posizioni del mio stimatissimo omonimo nonché
–spero- amico Alberto Manzoni di “El nost Paes”: non giudico
adatto l’uso della grafia milanese. Non vedo perché io debba
scrivere, ad esempio, boassa per poi leggere buascja; ma di piú, non
vedo perché “il”, articolo determinativo maschile singolare, debba
essere scritto el per essere pronunziato poi qui da me ul, laggiú al, là
el, ancora piú in là èl, ancora öl e cosí via. Con la prossima
‘puntata’ vi esporrò piú diffusamente e con profondità le mie
ragioni e vi esporrò la mia proposta di resa grafica. Per intanto,
invito chiunque sia interessato, discordi o voglia proporre, chiedere,
discutere a contattarmi all’indirizzo indicato nel corpo
dell’articolo.
A
presto e grazie.
Alberto
Manzoni Ul Manzón
P.S.
Vi lascio con un quesito: sapreste dirmi cosa sia la tintòstiga? Va salüdi!!
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