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Nel 1898, nello studio parigino del
prestigiatore Georges Meliés, un suo amico di Lione, August Lumière,
invita il mago a una rappresentazione insolita, la fotografia in
movimento. È la prima volta che Meliés assiste ad uno spettacolo
cinematografico e ne rimane sbalordito. È nato il cinema,
un’invenzione destinata a rivoluzionare la cultura, l’industria
dello spettacolo ed i sogni dell’intera società del XX secolo.
August Lumière,
che lavora con il fratello Louis, sa bene che la sua prodigiosa
invenzione non è un fatto puramente scientifico, ma può diventare uno
spettacolo popolare per un vasto pubblico. Sempre a Parigi i fratelli
affittano un locale, in Boulevard des Capucines, e sulla strada pone una
specie di manifesto su cui è scritto Cinématographe
Lumière - Ingresso un franco. In breve tempo un pubblico curioso si
accalca davanti all’ingresso del Salon. Le immagini in movimento sono
una straordinaria sorpresa per tutti. Niente a che fare con la
fotografia. Un giornalista arriva a dire che è una specie di
resurrezione, perché una persona morta si può rivedere, viva, che si
muove, che ride, che gioca. La gente si rende conto che l’invenzione
del Cinématographe Lumière è una scoperta che avrà un’enorme eco.
La scena del treno che entra nella stazione de La Ciotat, impressiona
ormai gli spettatori di tutto il mondo: il pubblico si terrorizza
vedendo una locomotiva che avanza in primo piano e sembra travolgerlo.
Si moltiplicano i brevetti che
riguardano il cinema, ma i fratelli Lumière mantengono un primato che
non viene ancora minacciato. E si inizia a pensare di andare oltre il
documentario, raccontando in qualche minuto una breve storia o
addirittura mostrando una donna che si sveste. I due fratelli Lumière
Louis e August, progettano, in occasione dell’Esposizione universale
parigina del 1900, uno schermo gigante. Per August si tratta del
definitivo riconoscimento ufficiale del cinema. Ma il fratello, Louis
Lumière, continuerà la sua ricerca, lavorando sulle dimensioni, sul
suono, sul colore, per perfezionare continuamente quel meraviglioso
giocattolo che è il cinematografo.
Durante
gli anni del cinema muto, la proiezione del film (quasi sempre
drammatico) veniva integrata da un cortometraggio "da ridere"
che tutti chiamavano la "comica finale"
(slapstick). Le comiche nascono subito, con i fratelli Lumière: essi
producono un breve film chiamato L’arroseur arrosé (L’innaffiatore
annaffiato), avviando un genere mai tramontato della storia del cinema,
sempre apprezzato dal grande pubblico. All’inizio del Novecento alcuni
attori si dedicano esclusivamente al genere comico, tra questi
Cretinetti che basa la sua comicità su continue fughe da poliziotti o
da delinquenti. Il suo vero nome è André Deed e realizza alcune
comiche con la Itala film di Torino.
Il comico più
famoso dei primi anni è però il parigino Max Linder (1883-1925). Egli
debutta con Gli esordi di un pattinatore, ed è subito successo.
Spassoso, acrobatico, divertente, Linder diviene così celebre
che anni dopo la stessa società di Chaplin, la Epernay, lo invita in
America per girare otto film. Ne farà solo tre perché deve tornare
precocemente a Parigi, a causa di una malattia. Max Linder è il primo
attore comico conosciuto sia in Europa che in America come un divo, un
richiamo sicuro nei manifesti pubblicitari delle pellicole.
Negli
Stati Uniti il cinema comico crea uno stile diverso da quello europeo,
un linguaggio più articolato. Max Sennet (1880-1970), cresciuto alla
scuola di Griffith, primeggia fra i comici americani.
Egli fonda le sue gags sul ritmo e sulla parodia. Sennet diviene anche
produttore con una società, la Keystone, che avrà tra i suoi comici
attori come Chaplin, Buster Keaton, Langdon. Con la Keystone nasce
Charlot.
Chaplin gira tra il
1914 e il 1916, innumerevoli shorts che divengono popolari. Lascia la
Keystone e passa alla Mutual, una nuova casa di produzione. Continua a
girare brevi film, basati sul suo personaggio di vagabondo. Solo nel
1920 lavorerà al suo primo lungometraggio, il Monello.
Un altro comico
che si afferma tra il 1915 e il 1920, è Larry Semon, noto in Italia
come Ridolini. Semon proviene dal giornalismo, disegnava fumetti comici
nelle edizioni domenicali. Egli riporta nelle sue slapstick, gli stessi
elementi dei disegni : l’aggressività, le acrobazie, i pericoli più
assurdi e impensati, ottenendo un vasto consenso di pubblico. Oltre ai
grandi interpreti molti altri attori e uomini di spettacolo si cimentano
nelle "comiche finali", rinnovando continuamente il
genere.
Fin
dai primi anni, il cinema è attratto dalla fiction, dal genere
romanzesco. I primi film, ancora molto brevi, raccontano storie ingenue,
basate sulla gelosia amorosa, sul crimine, su
alcuni personaggi storici. Seguendo questa linea di fantasia, si gira in
Italia nel 1912, con la regia di Guazzoni, Quo Vadis. Si tratta di uno
dei primi prodotti del cinema colossal, dove però ancora non si
impiegano gli imponenti impianti scenografici e la presenza di grandi
masse che sono le caratteristiche dei successivi film detti appunto
"colossi". Il 1914 è l’anno di Cabiria. Giovanni Pastrone
dirige il film, che si vale delle didascalie di Gabriele D’Annunzio.
È la storia di una ragazza, rapita dai Cartaginesi e liberata da un
giovane romano, dopo varie e avventurose traversie, in cui fanno la loro
comparsa il terribile dio Moloc e il gigante buono Maciste. Costato
oltre un milione in un periodo in cui i film costavano 50 mila lire,
Cabiria è l’impresa più ambiziosa del cinema italiano di quel
momento. A parte la retorica della romanità, resta interessante nel
film un nuovo uso della macchina da presa: Pastrone si serve in modo
innovatore del carrello e della panoramica.
Il successo
ottenuto dal film e gli incassi, spingono il regista americano David W.
Griffith (1875-1948) a realizzare "in grande" The Birth of a
Nation (1915) e l’anno dopo Intolerance. Il primo film è un affresco
della guerra civile americana. Interessanti le novità tecniche
introdotte dal regista come, ad esempio, il piano americano, il
primo piano, il montaggio parallelo detto anche alla Griffith.
Intolerance, del 1916, è l’altro colossal diretto da Griffith. Il
film narra quattro storie sul tema della intolleranza, che però
difficilmente riescono a integrarsi. Nonostante il dispiego di mezzi e
la grande abilità tecnica di Griffith, (primissimi piani, gru,
crescendo narrativo, enormi spazi, costruzioni scenografiche
monumentali), l’opera non riesce a riscattarsi da uno schematismo
troppo elementare. Il genere colossal continuerà anche dopo la grande
guerra, soprattutto nel cinema americano, rappresentando uno dei generi
più amati dal pubblico di tutto il mondo.
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