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MINISTERO DELLA SALUTE |
| COME DIFENDERSI DAL GRANDE CALDO |
La Pagina del Cardiologo
Gli effetti negativi delle alte temperature
ambientali non sono facilmente prevedibili né nella popolazione generale (che
include statisticamente un elevato numero di malati) né nei cardiopatici.
Di conseguenza il livello di attenzione da parte delle comunità sociali e
medico scientifiche deve essere mantenuto alto, diffondendo maggiori
informazioni ed intensificando i controlli nei soggetti particolarmente a
rischio.
Non esistono ricette universalmente valide e perfino il supplemento di acqua che
il cardiopatico deve ingerire durante le ondate di caldo non è esattamente
quantificabile, dipendendo dalla superficie corporea, dalle perdite attraverso
il sudore, dagli alimenti più o meno acquosi e da altre variabili non sempre
prevedibili. Un ruolo fondamentale di controllo e di aggiornamento terapeutico
potrà essere svolto dal personale medico ma soprattutto paramedico anche a
domicilio dei pazienti più esposti.
Lo stress calorico
Il clima caldo mette in funzione
meccanismi omeostatici (di autoregolazione) dell’apparato cardiovascolare che
hanno lo scopo finale di mantenere una giusta temperatura corporea. Tali
meccanismi non riescono tuttavia a proteggere efficacemente i soggetti anziani e
quelli affetti da malattie croniche dell’apparato cardiovascolare e
respiratorio. Il principale artefice di questi meccanismi di difesa contro lo
“stress calorico” sono gli strati cutanei. I plessi venosi cutanei, come
quelli splancnici (addominali) sono sotto l’influenza del sistema nervoso
vegetativo che fornisce l’innervazione dei visceri addominali e ha la funzione
di regolare l’attività degli organi viscerali e dei processi vitali interni
ed indipendenti dalla volontà. Una delle due sezioni del sistema vegetativo, la
sezione simpatica (sistema adrenergico), viene significativamente attivata dal
clima caldo.
La conseguenza principale è la ridistribuzione del sangue circolante dagli
apparati interni (reni, muscoli) verso i vasi venosi cutanei. Questo spostamento
del sangue ha lo scopo di aumentare la superficie degli scambi calorici e di
favorire la sudorazione che, sottraendo calore, tende a raffreddare la pelle e
tutto l’organismo.
Si tratta del meccanismo opposto a quello che si verifica durante le basse
temperature quando i vasi cutanei tendono alla vasocostrizione riducendo le
superfici di scambio. L’attivazione del simpatico e la ridistribuzione ematica
provocano un aumento della frequenza cardiaca ed un abbassamento della pressione
arteriosa: fenomeni fisiologici e privi di conseguenze su chi gode di buona
salute, ma possibilmente pericolosi nei cardiopatici. I soggetti adulti ed in
buone condizioni fisiche sono in grado di attivare senza conseguenze negative i
fisiologici meccanismi di autoregolazione. È ben diverso il caso dei
cardiopatici e delle persone anziane che costituiscono gruppi a rischio elevato
di complicazioni.
Le patologie cardiache sono di più frequente riscontro negli anziani ed i
soggetti cardiopatici sono particolarmente “fragili” nei confronti di
condizioni di stress calorico.
Gli effetti del caldo sui pazienti con una storia di scompenso cardiaco
L’aumento dell’età media della popolazione ha avuto come conseguenza l’incremento delle patologie ad essa correlate. Lo scompenso (o insufficienza cardiaca) rappresenta una delle patologie più diffuse. Nei pazienti scompensati il cuore si trova in una posizione di equilibrio precario dovendo mantenere un’efficace condizione di pompa in condizioni di scarse risorse contrattili. Il sistema nervoso simpatico è già attivato al massimo. Un’ulteriore richiesta energetica può rendere instabile il paziente provocare un peggioramento clinico.
Cosa succede nel paziente scompensato
Durante i periodi di relativo
benessere, sotto l’effetto di farmaci e di opportuni regimi igienico-dietetici,
i pazienti cardiopatici sono in grado di svolgere, seppure in maniera ridotta,
le abituali attività.
Tuttavia anche modesti aumenti di carico possono provocare insorgenza di
sintomi. Tra i più comuni c’è la “dispnea” o difficoltà respiratoria,
fame d’aria, ridotta resistenza allo sforzo, affanno, sinonimi che esprimono
lo stesso disagio che ha il paziente a sostenere sforzi prima abituali. La
dispnea si può verificare durante attività anche modeste e addirittura a
riposo, nelle ore notturne. Il paziente si accorge di ricevere beneficio e di
respirare meglio in posizione seduta piuttosto che sdraiata.
È di facile riscontro anche la presenza di “edemi” (o gonfiore). Il cuore
non è in grado di “gestire” la massa di sangue circolante ed una certa
quota di liquidi viene “messa da parte” sotto forma di edemi degli arti
inferiori che sono le parti più basse del corpo e dove, quindi, più spesso,
per forza di gravità, si depositano i liquidi. Il peso corporeo dovrà essere
controllato con maggiore frequenza.
Un improvviso aumento, ad esempio 3-4 kg in 3-4 giorni, significa che qualche
cosa non va, l’organismo sta trattenendo liquidi e c’è forse bisogno di una
correzione terapeutica e di consigli del medico curante. In rari casi potrà
essere necessario il ricovero, spesso è sufficiente modificare ed ottimizzare
la terapia, mantenendo il paziente nel suo ambiente familiare.
Cosa avviene nei pazienti affetti da ipertensione arteriosa
L’ipertensione arteriosa è una condizione di rischio cardiovascolare particolarmente diffusa nella popolazione adulta. Le Società medico-scientifiche internazionali fissano il limite di normalità al di sotto di valori di 140/90 mm di mercurio. Se i controlli della pressione sono effettuati nell’osservazione delle regole previste, ogni tipo di misurazione può essere considerato valido. Sono altrettanto valide, anzi incoraggiate, le automisurazioni domiciliari con apparecchi precisi. I pazienti ipertesi sono in genere già consapevoli dei propri valori di pressione arteriosa e delle possibili correzioni farmacologiche. Tuttavia i valori di pressione arteriosa possono variare a distanza anche di pochi minuti. A causa degli effetti del caldo sulla ridistribuzione ematica, della vasodilatazione cutanea e della possibile disidratazione, in linea generale i valori di pressione arteriosa, sia la massima che la minima, tendono a diminuire, anche significativamente. I pazienti possono non avvertire alcuna sensazione spiacevole o, al contrario sentire un forte senso di spossatezza o addirittura una riduzione del senso di equilibrio.
Quando avvertire il proprio medico
E’ sempre necessario avvertire il proprio
medico curante, in caso di sintomi preoccupanti, soprattutto se mai avvertiti in
precedenza o in presenza di variazioni di pressione molto evidenti
(dell’ordine di 20-30 mm di mercurio o più). Perché tali variazioni abbiano
una reale importanza è necessario, tuttavia, che siano stabili cioè rilevabili
su almeno due misurazioni consecutive effettuate a poche ore o ad un giorno di
distanza. Modificazioni anche importanti della pressione arteriosa non devono
allarmare il paziente e non necessariamente richiedono aggiornamenti della
terapia. Ad esempio valori di pressione arteriosa sistolica (p.massima) di 100
mm di mercurio in pazienti con valori di pressione abituali pari a 130 mm di
mercurio, in assenza di sintomi importanti, possono non richiedere cambiamenti
di terapia che potranno invece essere indicati in caso di presenza di sensazione
di vertigini o di intensa astenia.
Attenzione deve essere il proprio medico curante a giudicare
sul da farsi prima di prendere eventuali decisioni, non adeguate al caso.
Consigli in caso di “ipotensione”
Avere valori di pressione
arteriosa tendenzialmente bassa non sembra una condizione sfavorevole dal punto
di vista cardiovascolare, sarebbe anzi un fattore protettivo. In realtà la
definizione di pressione bassa (o ipotensione) è meno chiara
dell’ipertensione. Le Società scientifiche infatti non definiscono quali sono
i valori di pressione arteriosa che devono essere considerati “bassi”. I
soggetti con valori di pressione sistolica inferiore a 100 mm Hg possono
avvertire saltuariamente sensazioni di astenia o vertigini che durante le alte
temperature estive tendono ad accentuarsi. In alcune situazioni “a rischio”
come in presenza di caldo, disidratazione, impegno psico-fisico, forti emozioni,
affollamento e prolungata stazione eretta, alcuni soggetti, ipotesi in
condizioni di base, possono perdere coscienza e cadere. Si tratta del classico
“svenimento” o “sincope vasodepressiva” in termine medico.
La sincope vasodepressiva è in genere preceduta (non sempre!) da malessere
generale, nausea, sudorazione. I soggetti, a volte consapevoli della possibilità
di caduta a terra, ai primi segnali, possono mettersi seduti o meglio sdraiati
ed evitare la sincope.
E’ indispensabile mantenere un buon livello di idratazione ed evitare per
quanto possibile le situazioni cosiddette “a rischio”.
Dopo pochi secondi in posizione sdraiata la pressione ritorna su valori normali
ed i soggetti (non si tratta infatti di “pazienti” almeno fino a prova
contraria) si riprendono completamente. In caso di sincope, accertato che si
tratti di una forma vasodepressiva con il rilievo di un normale polso
periferico, è utile aumentare il ritorno venoso e quindi il circolo cerebrale
mediante il sollevamento degli arti inferiori a 45 gradi. In caso di dubbi
sull’origine del sintomo i soggetti potranno essere avviati al medico curante
o presso i centri ospedalieri di studio della sincope.
Pazienti che hanno avuto un infarto miocardico
Oggigiorno, grazie alle possibilità
di rivascolarizzazione farmacologica o percutanea con angioplastica primaria,
gli effetti devastanti dell’infarto miocardico non sono più evidenti come in
passato. Anzi la conoscenza dei fattori di rischio coronarico e la loro
correzione ha portato come conseguenza ad una riduzione della cardiopatia
ischemica nei paesi occidentali industrializzati. In genere i pazienti che hanno
sofferto di un infarto miocardico possono riprendere le loro abituali
occupazioni. Tuttavia in rari casi la contrattilità cardiaca può risultare
gravemente compromessa e causare insufficienza cardiaca, una condizione che
richiede l’uso di farmaci o l’impianto di pacemaker/defibrillatori. Può
essere necessario in tali pazienti una accurata sorveglianza dei sintomi di
insufficienza cardiaca o di un eventuale comparsa o ripresa della sintomatologia
anginosa. Infatti, la riduzione eccessiva della pressione arteriosa diastolica
(pressione minima) dovuta alla vasodilatazione, associata all’aumentato tono
simpatico e quindi della frequenza cardiaca possono ridurre il flusso nelle
coronarie che avviene prevalentemente in fase diastolica (di rilassamento del
muscolo cardiaco). Una forma stabile di angina può diventare instabile e
richiedere una serie di accertamenti clinici che non vanno assolutamente
differiti. L’uso di nitroderivati sublinguali ha il vantaggio di risolvere le
crisi anginose nei pazienti che ne fanno abitualmente uso ma lo svantaggio, anzi
il pericolo di mascherare forme anche gravi di cardiopatia ischemica evolutiva.
Inoltre i nitroderivati vanno usati con estrema cautela, soprattutto in pazienti
che non li hanno mai utilizzati, per la possibilità di ipotensione o
addirittura “sincope da nitroderivati”.
Anche in questo caso dovrà essere il medico curante a guidare l’utilizzo di
tali farmaci.
Quando modificare i farmaci cardioattivi
I diuretici
aumentano la quantità di urina (e quindi di liquidi), riducono gli edemi, fanno
perdere peso e migliorano la resistenza allo sforzo. In poche parole agiscono
sulla maggior parte dei disturbi provocati dall’insufficienza cardiaca e si
possono considerare uno dei cardini, forse il più importante della terapia. I
più frequenti effetti collaterali negativi (non sempre presenti) sono il senso
di stanchezza e la perdita di elettroliti. Con periodiche analisi del sangue si
potrà controllare il livello di elettroliti sierici (di sodio, potassio, ecc.)
e provvedere ad eventuali correzioni farmacologiche.
Durante i periodi di caldo intenso, a causa dell’abbondante sudorazione, le
perdite di liquidi e di elettroliti, sotto terapia diuretica, possono
accentuarsi provocando disidratazione o alterazioni elettrolitiche che vanno
quindi particolarmente sorvegliate.
I diuretici, come molti altri farmaci, non possono essere interrotti senza
validi motivi anzi, in molti casi, è necessario somministrarli in dosaggi
elevati e progressivamente crescenti.
Un secondo gruppo di farmaci è rappresentato dai vasodilatatori il
cui scopo è quello di ridurre il lavoro cardiaco e facilitare quindi le
funzioni del cuore.
Si riproduce in un certo senso la situazione di un’automobile che viaggia in
discesa anziché in pianura o salita: si consuma meno benzina e si risparmia il
motore.
Anche in questo caso può insorgere un modesto senso di stanchezza ma
paradossalmente si possono eseguire maggiori attività. Esistono poi altri
farmaci come la digitale ed i betabloccanti
che agiscono con meccanismi complessi, principalmente sul cosiddetto “tono
neurovegetativo” che nell’insufficienza cardiaca cronica risulta
particolarmente compromesso.
In casi particolari è necessario usare farmaci antiaritmici (normalizzano
le alterazioni del ritmo, evitano le tachicardie, ecc.), nitroderivati (consentono
un migliore funzionamento di cuore e vasi), anticoagulanti (evitano
la formazione di trombi nell’interno delle cavità cardiache).
ATTENZIONE Ogni decisione deve essere presa sempre dal medico curante
alla luce delle singole situazioni cliniche. Non bisogna mai dimenticare, anzi
è di fondamentale importanza, che ogni paziente rappresenta un caso a se stante
e non esistono raccomandazioni valide per tutti indistintamente. È
indispensabile personalizzare le cure: ciò che può avvantaggiare un paziente
può invece danneggiare gravemente un altro.
L’alimentazione
Nei periodi estivi sono consigliabili cibi leggeri, facilmente digeribili, piccoli pasti, evitare di riempire eccessivamente lo stomaco anche con bevande dolci e gasate allo scopo di ridurre il lavoro cardiaco per l’aumentato metabolismo in fase digestiva. Soprattutto la cena dovrà essere particolarmente leggera. Un pasto particolarmente abbondante magari in occasione di una ricorrenza o di una festività potrebbe avere conseguenze anche molto gravi. Per quanto possibile è utile ridurre al minimo o abolire gli alcolici.
L'esposizione al sole
L’abbronzatura ci può
migliorare esteticamente ma nell’esposizione al sole si devono osservare
alcune regole. L’apparato cardiovascolare risente significativamente degli
effetti dei raggi solari.
La cute già sottoposta a vasodilatazione a causa del caldo, tende ad una
maggiore sudorazione e a riscaldarsi. La pressione arteriosa può abbassarsi. A
questo punto alzarsi dalla sedia a sdraio e immergersi bruscamente in acqua può
non essere una buona idea.
La pressione e la frequenza cardiaca possono aumentare repentinamente e la massa
ematica si ridistribuisce improvvisamente dalla cute verso gli organi interni
magari già congesti per un pasto più o meno abbondante. I soggetti giovani e
sani sono quasi sempre in grado di affrontare questo concentrato di situazioni
stressanti (non è comunque consigliabile). I meno giovani ed i cardiopatici
fanno bene ad evitarlo.
L’immersione dovrebbe essere graduale, partendo sempre da zone in ombra.
Quando ci si trova in acqua, in caso di strani sintomi (affanno, palpitazioni)
è meglio tornare rapidamente a riva e non tentare come si dice comunemente
“di rompere il fiato”. Per il cardiopatico esporsi al sole significa
soprattutto aumentare la vasodilatazione già provocata da farmaci attivi sui
vasi. C’è quindi possibilità di ulteriore abbassamento della pressione
arteriosa. Alcuni farmaci come l’amiodarone (cordarone) si depositano anche
sulla cute rendendola particolarmente sensibile all’esposizione al sole, anche
indiretta. In questi casi il sole deve essere assolutamente evitato!
L'immersione in mare
Si corrono dei rischi particolari
bagnandosi in acque fredde? Non è facile rispondere a questa domanda per la
soggettività della sensazione di freddo e l’impossibilità di conoscere
esattamente la temperatura di mare, lago o fiume nel quale desideriamo bagnarci.
L’immersione ed il nuoto significano abbassamento improvviso della temperatura
cutanea, attività fisica, modificazioni respiratorie e, per chi non ha
dimestichezza con l’acqua, anche uno violento stress emotivo.
Tutto questo implica un aumento dell’attività adrenergica, della frequenza
cardiaca e del carico di lavoro del cuore. Nel Regno Unito, che per abitanti è
paragonabile al nostro paese, si stimano circa 400-1000 morti l’anno per
motivi correlati ad immersioni in acque aperte. Le osservazioni cardiache
effettuate su soggetti sani immersi volontariamente in acque fredde hanno
dimostrato variazioni improvvise della frequenza cardiaca, battiti ectopici
ventricolari e sopraventricolari, tratti di tachicardia sopraventricolare.
L’abitudine alle immersioni tende tuttavia a creare meccanismi di adattamento
con minori variazioni dei parametri vitali.
Tutto questo può rendere comunque problematica la pratica degli sport acquatici
che sono così diffusi nel nostro paese, soprattutto se si trascura di
sottoporre ad adeguati controlli delle condizioni cardiache gli sportivi in età
non più giovanile. Per pazienti affetti da cardiopatie con potenziale aritmico,
il nuoto in acque aperte può essere consentito solo in condizioni di
particolare sicurezza.
La montagna
In montagna a causa dell’altezza
la pressione parziale ed il trasporto ematico dell’ossigeno sono ridotti. Per
mantenere una buona ossigenazione dei tessuti è necessario quindi aumentare la
frequenza cardiaca.
C’è poi l’effetto dello stress fisico e psichico e quello del freddo. Tutto
questo si traduce in aumento del tono simpato-adrenergico, del carico e della
contrattilità ventricolare.
Nella popolazione generale c’è un rischio aumentato di morte improvvisa
durante attività fisica in montagna al di sopra dei 40 anni e nei soggetti non
allenati.
Prima di consigliare attività fisica in montagna è necessario valutare
accuratamente le condizioni cliniche e funzionali soprattutto in relazione alla
possibilità di malattie coronariche.
Pazienti con una storia di cardiopatia ischemica stabile possono soggiornare in
ambienti di basse quote (fino a 1800 m) mantenendo tuttavia gli stessi livelli
quotidiani di esercizio. In presenza di alterazioni contrattili significative
anche piccoli aumenti della portata cardiaca possono provocare edema polmonare
acuto o scompenso cardiaco. Inoltre in montagna la pressione arteriosa tende ad
aumentare sia nei normotesi che negli ipertesi per effetto, anche in questo
caso, dell’attivazione adrenergica.
È necessario quindi un attento controllo dei valori pressori ed attivare, se
necessario, le giuste modificazioni terapeutiche.
(Fonte: CCM - giugno 2006)