IL PATRIMONIO ARCHITETTONICO DELLA BRIANZA


 

In Brianza il patrimonio storico artistico è vastissimo e la sua diffusione è capillare. Le testimonianze architettoniche risalenti all’età antica sono poco rilevanti, ma a partire dal medioevo sono numerosi i monumenti di grande valore storico artistico presenti sul territorio. Particolarmente importanti sono e i numerosi edifici per il culto sorti a partire dal medioevo, le ville extraurbane edificate in Brianza a partire dal tardo Rinascimento e le architetture rurali (le cascine).

Gli agenti atmosferici, l’inquinamento, ma soprattutto gli interventi di parziale demolizione o ricostruzione, operati dall’uomo al fine di adattare tali edifici a nuove funzioni, hanno generalmente determinato trasformazioni e creato stratificazioni tali da modificare in maniera radicale i monumenti.

Ogni monumento architettonico è un bene storico-artistico che deve essere protetto e restaurato con interventi che ne ripristinino la situazione originale, consentendo , dove possibile, il riuso dell’edifico anche con funzioni differenti.

 

LE ARCHITETTURE RURALI DELLA BRIANZA

L’architettura rurale ha seguito in Brianza l’identico cammino percorso in gran parte della Lombardia e presenta quindi numerose caratteristiche comuni. Base di tale architettura è fin dal medioevo la cascina. In Brianza, come conseguenza del frazionamento notevole della proprietà terriera, la cascina non raggiunse mai dimensioni eccessive. E quando l’antieconomicità delle piccole aziende agricole rese impossibile la loro sopravvivenza, il mondo della cascina si frantumò: alcune famiglie passarono alle occupazioni artigianali o industriali e man mano si staccarono dalla cascina stessa. La maggior parte delle cascine della Brianza è in grave decadenza per questo svuotamento inarrestabile. La storia della cascina nell’area milanese è strettamente legata alle caratteristiche geomorfiche del territorio nel quale si è insediata. Queste costruzioni, a funzione prevalentemente abitativa, riunivano in sé tutti gli elementi necessari alla vita del nucleo rurale: il mulino, i depositi, l'abitazione del molinaro e quelle dei suoi abitanti, la cantina, la stalla e il portico. Tutti questi edifici posseggono una loro specificità costruttiva, pur nella sostanziale omogeneità dei materiali utilizzati: di gran lunga prevalente è l'impiego del mattone cotto.

EVOLUZIONE STORICA

La chiusura nella tipica forma quadrata, "a corte", della cascina è fatta risalire da molti studiosi alla seconda metà del Seicento, il che testimonia un ampliamento delle sue funzioni e un incremento delle attività economiche ad esse collegate. La forma chiusa delle cascine nasce con due scopi. Innanzitutto per evitare i furti campestri diffusissimi fino alla metà dell'Ottocento. Il secondo scopo è legato all'esigenza di un controllo sociale. Bisogna cioè sorvegliare la manodopera che risiede stabilmente all'interno della cascina, sia per evitare ancora una volta i furti, sia per controllare i ritmi e i tempi di lavoro. La casa del padrone o del fittabile assume dunque un ruolo fondamentale al quale deve corrispondere una precisa collocazione che sarà sempre di fronte o di lato all'entrata dell'azienda, così da consentire ad un tempo un controllo sulle operazioni che si svolgono al suo interno e una sorveglianza sui movimenti di entrata e di uscita. Se questi sono i problemi è facile capire come, ben prima del suo completamento con la costruzione dei corpi di fabbrica lungo i quattro lati, la cascina assumesse comunque una forma chiusa, delimitando i suoi spazi con recinzioni in muratura o anche semplicemente con delle siepi. Nel momento in cui le trasformazioni aziendali richiedevano la costruzione di nuovi fabbricati, questi venivano edificati in quelle posizioni definendo, per aggiunte successive, la struttura della cascina. Dal XV secolo fino alla prima metà dell'Ottocento la cascina si sviluppa secondo quel modello. In seguito gli ampliamenti della cascina non perseguono più questa completa chiusura.

PROBLEMI DI RECUPERO E RESTAURO

Al giorno d’oggi le cascine, nonostante la perdita del loro ruolo originario legato all’agricoltura, dovrebbero essere conservate, poiché costituiscono una testimonianza storica assai importante per il territorio. A causa dei continui mutamenti delle gerarchie urbane legati a fenomeni di crescita o decrescita demografica, ai fenomeni di decentramento delle industrie, alla presenza di flussi migratori in uscita dalle città, all’attribuzione di maggior valore alle parti di nuova edificazione all’interno del tessuto urbano, le cascine hanno subito nel corso dell’ultimo secolo un progressivo abbandono e a volte vere e proprie demolizioni.

Dove tale abbandono non si è verificato il frazionamento delle proprietà e la presenza in questi edifici di ceti economicamente più deboli ha impedito nella maggior parte dei casi interventi di recupero integrali e rispettosi dei caratteri tradizionali di tali edifici.

Negli ultimi decenni sono stati effettuati, spesso con l’intervento di enti pubblici, interventi di recupero completi e rispettosi di tali "monumenti" della civiltà contadina.

ARCHITETTURA ROMANICA IN BRIANZA

In Brianza le testimonianze artistiche relative all’età medioevale sono molte e spesso ben conservate; prevalentemente di carattere religioso, sono costituite da chiese di campagna, torri campanarie e battisteri. Gli edifici presentano muri spessi generalmente realizzati con materiale non uniforme o di recupero. Le chiese sono organizzate su tre livelli: le navate, il presbiterio sopraelevato e la cripta sotterranea. La struttura interna è semplice e formata da pilastri, i quali sostengono una copertura a capriate o a volte. L’illuminazione interna, invece, è favorita da aperture , finestre strombate e piccoli rosoni nelle facciate. Per comprendere i problemi di tutela e restauro del patrimonio architettonico medievale viene qui presentato il caso della basilica di S. Vincenzo a Galliano.

IL CASO: LA CHIESA DI SAN VINCENZO A GALLIANO

Il complesso monumentale è uno dei più importanti e integri dell’età ottoniana nell’Italia settentrionale. Quest’edificio, dedicato al Martire Vincenzo di Saragoza, risale alla seconda metà del V° secolo e fu ristrutturato nel 1007 dall’arcivescovo Ariberto che organizzò il presbiterio e fece costruire la cripta.

L’edificio presenta un impianto a tre navate; l’esterno è caratterizzato da una sobria imponenza e da rari episodi decorativi. La basilica aribertiana è una dei più antichi esempi di chiese articolata su tre livelli praticabili. Assai rilevanti sono gli estesi cicli del presbiterio e della nave maggiore dell’inizio dell’XI secolo, considerati come il più vasto e importante insieme di pitture murali d’epoca ottoniana dell’Italia settentrionale. Nel 1584 il Capitolo Canonico fu trasferito presso la chiesa di San Paolo di Cantù, di conseguenza ci fu un lento, ma inesorabile declino degli edifici. Nel 1801 La basilica fu acquistata dai privati, i quali l’adibirono ad uso coloniale, aprendo finestre nelle murature e distruggendo la navata sud.

Dal 1909 con l’acquisto da parte del comune di Cantù, si ebbe il riscatto del monumento.

PROBLEMI DI RECUPERO E RESTAURO

I primi lavori di restauro della basilica, furono deliberati dal Consiglio Comunale di Cantù nel 1910 e si protrassero fino al 1913. Questa fase di risanamento prevedeva il recupero delle strutture originarie, relativamente alla loro stabilità ed alla demolizione delle stalle addossate all’abside, i solai e i tramezzi interni, i serramenti ed i portichetti esterni. Nel dicembre del 1910 la struttura originale della basilica fu riportata in luce, compresi gli affreschi, considerati sino ad allora perduti. Durante i lavori, all’interno della basilica, furono ritrovate lapidi con iscrizioni di epoca paleocristiana e romanica e i resti di una pavimentazione di pietra nella zona absidale. Nel 1911 si chiusero le finestre aperte dai coloni, si rinsaldò tutta la struttura muraria e si ricostruì la chiusura delle arcate meridionali con una nuova parete in mattoni. Nel 1912 si sostituì il tetto con una copertura nuova in ardesia. Successivamente si riportò in vista il pavimento nel presbiterio e si ripristinò complessivamente la struttura; si sistemò l’area esterna intorno alla chiesa, racchiudendola con un muro di recinzione per proteggere l’intera collinetta di Galliano e si verificò la funzionalità degli scoli dell’acqua, per impedire che la pioggia, entrando nella chiesa, guastasse gli affreschi. Nel 1916 con il sopraggiungere della guerra i lavori furono sospesi e si provvide alla chiusura provvisoria delle finestre con gli assiti. Nel 1929 fu varato il nuovo programma di interventi, suddiviso in due parti, la prima riguardante l’esterno, la seconda l’interno. Si portarono a compimento le opere di drenaggio e di scolo per ottenere il prosciugamento delle infiltrazioni d’acqua nella cripta, si consolidarono le fondazioni dei pilastri della navata maggiore e si procedette ad un generale rinsaldo delle murature. Si realizzò la chiusura dei piedritti del lato della navatella distrutta e si procedette anche all’integrazione delle parti mancanti della muratura con rappezzi in materiale simile a quello originale. Nel 1932 si chiuse la navata minore settentrionale con l’absidiola che ancora oggi si vede, ricostruita sulla base delle tracce rimaste. Si demolirono le murature erette provvisoriamente tra le arcate meridionali della navata maggiore, sostituendole con un ampio serramento vetrato che oltre ad illuminare l’interno, lo preservava dalle intemperie. Il recupero dell’edificio sembrava così ultimato, quando si costatarono, nelle strutture e sulle superfici affrescate, nuovi sintomi di degrado, imputabili alla formazione di grandi quantità di umidità. Con un progetto di completo risanamento si riuscì a determinare che l’umidità presente nella basilica era principalmente di tipo ascendente, cioè risaliva alle murature dal terreno, per la presenza di una sottostante falda acquifera. Un nuovo intervento di risanamento conservativo delle navate e delle strutture absidali cominciò nel 1981. Fu necessario rifare anche le membrature delle capriate, ormai corrose dall’umidità. Durante i lavori di abbassamento del fondo dell’edificio per la formazione del sottofondo aerato, vennero rinvenute sei tombe, confermanti l’ipotesi di un’antica destinazione cimiteriale del luogo di culto. Un secondo lotto di interventi conservativi fu realizzato dal 1979 al 1985 per portare a compimento le opere tralasciate in un primo tempo, particolarmente la sistemazione della cripta e della copertura del presbiterio. Dal 1986 si intervenne anche sugli affreschi. Nel maggio del 1986, la basilica fu riaperta al culto e inaugurata ufficialmente nel settembre dello stesso anno.

LE VILLE STORICHE DELLA BRIANZA

La Brianza tra tardo Rinascimento Barocco diventò l’area preferita nel milanese per l’edificazione delle ville extraurbane perchè facilmente raggiungibile dalla città. Inoltre la Brianza essendo una zona collinare lambita dalle montagne presenta numerosissime alture che sembrano fatte apposta per la localizzazione scenografica delle ville.

Le ville antiche costituiscono la testimonianza di un tipo di cultura e di una civiltà da tempo ormai conclusa.

I massicci processi di trasformazione delle strutture territoriali, a seguito dei fenomeni provocati dalla rivoluzione industriale e, in particolare, dal progressivo inurbamento, hanno smisuratamente ampliato i confini della città investendo la campagna circostante. A seguito della crescita delle città e dell’espansione dell’edilizia, il valore delle aree libere veniva moltiplicato e superava di gran lunga quello derivante dalla rendita delle attività rurali. Le ville persero così da una parte la possibilità di offrire ai loro proprietari un soggiorno piacevole e riposante a contatto con la natura, dall’altra la loro funzione agricola.

La situazione è andata progressivamente aggravandosi per l’impossibilità, delle famiglie nobili e alto-borghesi, di conservare quella monodopera destinata alla manutenzione di complessi architettonici così vasti e delicati.

Le ville hanno pertanto subito un progressivo abbandono e in molti casi una triste sorte di manomissione. Spesso i giardini sono stati lottizzati e i locali di residenza trasformati in depositi e magazzini, nella più assoluta indifferenza verso i valori storici e artistici preesistenti.

PROBLEMI DI RECUPERO E RESTAURO

Per risolvere i problemi della riutilizzazione delle ville storiche è importante tener conto delle due funzioni che queste hanno da sempre svolto: quella agricola, ormai perduta, e quella residenziale, che può invece essere mantenuta. I proprietari di tali monumenti siano essi privati o enti pubblici devono accollarsi il compito della manutenzione, quali depositari di un bene storico che deve essere conservato come patrimonio di interesse pubblico.

Nel caso in cui la funzione residenziale non sia più attuabile si investe il discorso più complesso riferito all’utilizzazione. Occorre ricercare per le ville quelle destinazioni che siano compatibili con la loro struttura e che siano riferite alle esigenze locali: funzioni culturali (biblioteche, uffici comunali, ambienti per esposizioni d’arte ecc), turistiche (alberghi, ristoranti), legate ad attività di tempo libero, rappresentative ecc.

In Brianza buona parte delle ville storiche sono state aquistate da enti pubblici e assolvono ora un tipo di funzione sociale. Queste testimonianze del passato assolvono quindi un valore educativo, anche attraverso la fruizione pubblica dei grandi parchi.

L’ottocentesca Villa Tittoni a Desio costituisce un tipico esempio di riutilizzo di un edificio storico. La villa e il parco hanno subito nel corso del tempo numerose trasformazioni. La villa saccheggiata e trasformata in caserma militare nel corso della seconda guerra mondiale, è stata acquistata negli anni ’60 dal Comune di Desio insieme al suo parco ed è stata completamente restaurata. Il Comune vi ha trasferito parte dei suoi uffici, mentre le sale di maggiore valore sono state adibite a sede di esposizioni e manifestazioni culturali. Un incendio doloso alcuni anni fa ha però distrutto l’ufficio tecnico del Comune e insieme a questo, parte delle sale di rappresentanza appena restaurate.

IL CASO: PALAZZO BORROMEO ARESE A CESANO MADERNO

Nel 1534 Bartolomeo II Arese si sposò con Caterina Fossano dalla quale ebbe dieci figli, tra i quali ricordiamo il maggiore, Marco Antonio, ed il secondogenito Benedetto I, perchè ai loro discendenti si deve la costruzione dei due palazzi di Cesano Maderno. Dall’unione di Marco Antonio con Ippolita Clari nacque Giulio che nel 1626 incaricò un architetto di abbattere una struttura castellana che esisteva in Cesano perchè voleva costruire un nuovo palazzo che mettessein evidenza meravigliosamente i fasti della sua famiglia e si contrapponesse al palazzo fatto costruire, a partire dal 1618, dal cugino Marco Maria, figlio di Benedetto I Arese. La nuova costruzione, progettata da Giulio, fu realizzata dal suo erede: Bartolomeo III Arese. Successivamente con il conte Renato III, alla metà del ‘700, fu il giardino a ricevere la maggiore attenzione, assieme ad alcune stanze le cui decorazioni furono rifatte secondo il nuovo gusto rococò.

Dopo il dominio francese e quello austriaco, soltanto nel 1859, quando la Lombardia venne liberata dalla dominazione austriaca, il palazzo fu restituito ai suoi nobili proprietari: la popolazione cesanese prese d’assalto il palazzo, per scacciare la guarnigione austriaca che vi era acquartierata, e i soldati, prima di lasciare il palazzo, tentarono di darlo alle fiamme. La proprietà passò a Elisabetta, figlia di Giberto VI, e in seguito a suo figlio Guido che ebbe a cuore la dimora restaurandola, assieme alla moglie, contessa Teresa Frigerio. Durante il secondo conflitto mondiale il palazzo ospitò famiglie di sfollati. L’ultimo dei Borromeo Arese ad abitare nel palazzo fu il figlio di Guido, conte Renato, che vi dimorò con la sorella Giustina fino 1970, anno della sua morte. Da questo momento iniziarono le trattative fra gli eredi Borromeo a l’Amministrazione Comunale di Cesano Maderno. L’accordo fu raggiunto solo nel 1987: il giardino ed il palazzo (svuotato dai suoi arredi) divennero così patrimonio comune di tutti i Cesanesi.

IL COMPLESSO MONUMENTALE

Con l’intenzione di evidenziare l’accesso al palazzo e la dipendenza del territorio circostante dalle loro potenti famiglie, gli Arese e i Borromeo compirono una vera e propria operazione urbanistica.

Sono varie le componenti del complesso Borromeo Arese, il centro è il maestoso palazzo, preceduto da una piazzetta che già dal primitivo progetto di Bartolomeo III era concepita in stretta relazione con esso: la sistemazione monumentale di questo spazio fu però attuata soltanto nella prima metà del Settecento, con forme riprese dalle decorazioni dei giardini cinquecenteschi. Due muri, approssimativamente semicircolari, chiudono a tenaglia la piazza formando una esedra e sono scanditi da lesene rustiche sormontate da pinnacoli a fiamma in blocchi di pietra spugnosa. Nelle pareti si aprono una serie di nicchie con timpani e cartelle ornate da mascheroni. Invece alle spalle del parco si estende l’ampio giardino interamente recintato: la parte sud forma il primo tratto che partendo dalla loggia del palazzo termina nel bacino ovale con la fontana. Da qui partiva un lungo viale che si concludeva di fronte ad un recinto murato, detto il "Serraglio", in cui venivano allevati gli animali, cervi daini e cinghiali, che servivano alle cacce nelle Groane. Di questo recinto restano uniche tracce il nome della Via Serraglio ed un portale ridotto alla funzione di spartitraffico.

IL RESTAURO DEL PALAZZO

L’intervento di restauro di Palazzo Borromeo, tuttora in corso, costituisce un’operazione fondamentale per la salvaguardia del monumento. Gli interventi sono stati preceduti da uno studio attento delle strutture originali. Per il ripristino dell’intonaco ad esempio sono state effettuate una serie di analisi di laboratorio in modo da definire la composizione degli intonaci originali, il grado di inquinamento dell’ambiennte ecc. al fine di individuare il materiale più adatto al restauro.

L’analisi del palazzo effettuata prima dei restauri sottolineava la situazione di grave degrado delle superfici esterne di Palazzo Borromeo in particolare del fronte principale e delle facciate verso il giardino. Esse presentavano una superficie decoesa ed erosa, oltre che interessata da un fenomeno di distacco dal supporto murario molto accentuato e diffuso. La facciata invece presentava un intonaco che aveva perso lo strato di finitura e pesanti integrazioni dell’intonaco con malta a base cementizia.

Per la zona porticata si è invece previsto il restauro delle cornici in arenaria delle finestre, dei busti e delle nicchie in stucco. Gli interventi di restauro prevedono inoltre un totale rifacimento dei serramenti esterni.

In una seconda fase, successiva a quella del restauro degli esterni, è previsto il recupero delle sale al piano terra, attraverso il ripristino delle pavimentazioni in cotto lombardo e in pietre, degli intonaci, degli arredi fissi (camini, balaustre, cornici) e dell’apparato decorativo. Per gli affreschi, una volta puliti e fissati, sono previste integrazioni delle lacune con velature o tratteggi ad acquarello.

Infine il progetto di restauro prevede anche di affrontare il problema dell’impianto elettrico e dell’illuminazione dei locali.

IL GIARDINO

Il giardino presentava la tipica regolarità della tradizione rinascimentale italiana e risulta evidente che la superficie totale dell’area a verde corrispondeva pressappoco alla metà di quella attuale nel senso della lunghezza ed era chiusa ad est da un muro di recinzione, al di là del quale si estendeva un vasto terreno alberato. La nascita del nuovo casato Borromeo Arese diede un impulso decisivo alle opere di ampliamento e miglioramento del giardino.

Inizialmente nel giardino erano presenti grandi aiuole geometriche anche nella parte oggi completamente a prato , di fronte alle pertinenze del palazzo e prima del degrado nel giardino apparivano vaste superfici a prato in cui spiccano alberi centenari, viali di carpini, la peschiera, le fontane, le statue disposte simmetricamente lungo l’asse centrale.

IL RESTAURO DEL GIARDINO

Ridotto ad una selva dal progressivo decadimento dell’intera proprietà, il giardino è stato oggetto di un impegnativo lavoro di recupero e di sistemazione ed è aperto al pubblico dall’autunno del 1991. Per procedere ad una prima sistemazione degli alberi in esso radicati, l’Amministrazione ha ritenuto opportuno e necessario procedere al censimento degli alberi ed alla valutazione del loro stato fitosanitario. In linea generale, ad un primo sommario esame delle piante radicate all’interno del parco, si può affermare che il loro stato fitosanitario era buono; non si riscontravano malattie o attacchi parassitari tali da presagire la scomparsa di alcune specie o il deperimento delle piante più rappresentative e di quelle maestose.

I problemi riscontrati derivano per la maggior parte dallo stato di abbandono a cui è stato oggetto il parco da quindici anni a questa parte, che ha determinato la crescita di soggetti arborei malformati o senza alcun avvenire, una eccessiva densità di piante e la marcescenza del fusto nella maggior parte delle pinte. Quest’ultime, al fine di conservare la forma della chioma, erano continuamente oggetto, durante l’inverno, a potature di mantenimento e con tutta probabilità in alcuni punti il taglio veniva ripetuto parecchie volte nel corso degli anni con formazione di calli cicatrizionali ingrossati con conseguente ristagno più o meno prolungato dell’acqua piovana che ha favorito lo sviluppo di carie.

Per evitare che la situazione degenerasse ulteriormente sono stati preventivati gli interventi che possono essere così riassunti:

-pulizia del sottobosco al fine di allontanare tutta la vegetazione erbacea ed arbustiva che invadeva il sottobosco riconferendo così al complesso boscato l’aspetto di parco-giardino;

-abbattimento delle piante morte.

Anche gli arredi in pietra del giardino (statue, basamenti, balaustre ecc.) hanno subito gravi danni nel corso del tempo e pertanto necessitano di interventi di restauro. Tali danni sono stati provocati in buona parte dall’incuria e dagli agenti atmosferici, ma anche dall’inquinamento che ha danneggiato la superficie della pietra corrodendola e sbriciolandola.

FUNZIONE ODIERNA E FUTURA

Il Comune, essendo proprietario del Palazzo Borromeo, è disponibile a destinare l’immobile ad attività didattiche ed istituzionali dell’Università "Ateneo vita-salute San Raffaele" e per favorirne il più ampio sviluppo è intenzionato a svolgere un ruolo attivo e di sostegno.

 

Fig 9. Veduta della corte d’onore del Palazzo Arese Borromeo Arese a Cesano Maderno dopo recenti restauri

 

 

 

L’Università ha accettato tale proposta e si impegna a destinare l’immobile allo svolgimento delle proprie attività istituzionali e, dal canto suo, concorrerà all’opera di restauro con un contributo annuo di duecento milioni per dieci anni. Tali opere dovranno essere realizzate entro il 31 dicembre 1998, con l’intesa che gli spazi interessati dai lavori saranno progressivamente concessi in uso entro tale data man mano che ne sarà garantita l’agibilità.

Le parti si danno atto che:

- per le parti concesse in uso all’Università, in relazione al carattere storico-artistico ed alla rilevanza per la città dell’immobile in questione, lo stesso dovrà essere accessibile al pubblico sotto la responsabilità del Comune (visite guidate, manifestazioni organizzate su iniziativa del Comune o dell’Università) compatibilmente con lo svolgimento delle attività didattiche e con tempi e modalità da concordare;

- per le parti mantenute in uso dal Comune, in relazione alle esigenze delle attività didattiche e/o istituzionali, le stesse potranno essere utilizzate dall’Università secondo tempi e modalità definite. In conclusione si è stabilito che la concessione ha durata 50 anni.

 

Fig 10. Statua in pietra di molera, di soggetto incerto, abbattuta o caduta a causa della parte ai piedi erosa dalle piogge acide. (Giardino di Palazzo Borromeo Arese)

 

 

   Fig 11. Giardino del palazzo Borromeo Arese. Situazione iniziale precedente agli interventi di restauro (ottobre 1990).

 

 

 

 

  Fig 12. Giardino del Palazzo Borromeo Arese: Risultato raggiunto dopo gli interventi di restauro che hanno ripristinato il cannocchiale prospettico(ottobre 1991).

 

 

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