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In Brianza il
patrimonio storico artistico è vastissimo e la sua diffusione è
capillare. Le testimonianze architettoniche risalenti all’età antica
sono poco rilevanti, ma a partire dal medioevo sono numerosi i monumenti
di grande valore storico artistico presenti sul territorio.
Particolarmente importanti sono e i numerosi edifici per il culto sorti
a partire dal medioevo, le ville extraurbane edificate in Brianza a
partire dal tardo Rinascimento e le architetture rurali (le cascine).
Gli agenti atmosferici,
l’inquinamento, ma soprattutto gli interventi di parziale demolizione
o ricostruzione, operati dall’uomo al fine di adattare tali edifici a
nuove funzioni, hanno generalmente determinato trasformazioni e creato
stratificazioni tali da modificare in maniera radicale i monumenti.
Ogni monumento
architettonico è un bene storico-artistico che deve essere protetto e
restaurato con interventi che ne ripristinino la situazione originale,
consentendo , dove possibile, il riuso dell’edifico anche con funzioni
differenti.
LE
ARCHITETTURE RURALI DELLA BRIANZA
L’architettura rurale
ha seguito in Brianza l’identico cammino percorso in gran parte della
Lombardia e presenta quindi numerose caratteristiche comuni. Base di
tale architettura è fin dal medioevo la cascina. In Brianza, come
conseguenza del frazionamento notevole della proprietà terriera, la
cascina non raggiunse mai dimensioni eccessive. E quando l’antieconomicità
delle piccole aziende agricole rese impossibile la loro sopravvivenza,
il mondo della cascina si frantumò: alcune famiglie passarono alle
occupazioni artigianali o industriali e man mano si staccarono dalla
cascina stessa. La maggior parte delle cascine della Brianza è in grave
decadenza per questo svuotamento inarrestabile. La storia della cascina
nell’area milanese è strettamente legata alle caratteristiche
geomorfiche del territorio nel quale si è insediata. Queste
costruzioni, a funzione prevalentemente abitativa, riunivano in sé
tutti gli elementi necessari alla vita del nucleo rurale: il mulino, i
depositi, l'abitazione del molinaro e quelle dei suoi abitanti, la
cantina, la stalla e il portico. Tutti questi edifici posseggono una
loro specificità costruttiva, pur nella sostanziale omogeneità dei
materiali utilizzati: di gran lunga prevalente è l'impiego del mattone
cotto.
EVOLUZIONE
STORICA
La chiusura nella
tipica forma quadrata, "a corte", della cascina è fatta
risalire da molti studiosi alla seconda metà del Seicento, il che
testimonia un ampliamento delle sue funzioni e un incremento delle
attività economiche ad esse collegate. La forma chiusa delle cascine
nasce con due scopi. Innanzitutto per evitare i furti campestri
diffusissimi fino alla metà dell'Ottocento. Il secondo scopo è legato
all'esigenza di un controllo sociale. Bisogna cioè sorvegliare la
manodopera che risiede stabilmente all'interno della cascina, sia per
evitare ancora una volta i furti, sia per controllare i ritmi e i tempi
di lavoro. La casa del padrone o del fittabile assume dunque un ruolo
fondamentale al quale deve corrispondere una precisa collocazione che
sarà sempre di fronte o di lato all'entrata dell'azienda, così da
consentire ad un tempo un controllo sulle operazioni che si svolgono al
suo interno e una sorveglianza sui movimenti di entrata e di uscita. Se
questi sono i problemi è facile capire come, ben prima del suo
completamento con la costruzione dei corpi di fabbrica lungo i quattro
lati, la cascina assumesse comunque una forma chiusa, delimitando i suoi
spazi con recinzioni in muratura o anche semplicemente con delle siepi.
Nel momento in cui le trasformazioni aziendali richiedevano la
costruzione di nuovi fabbricati, questi venivano edificati in quelle
posizioni definendo, per aggiunte successive, la struttura della
cascina. Dal XV secolo fino alla prima metà dell'Ottocento la cascina
si sviluppa secondo quel modello. In seguito gli ampliamenti della
cascina non perseguono più questa completa chiusura.
PROBLEMI
DI RECUPERO E RESTAURO
Al giorno d’oggi le
cascine, nonostante la perdita del loro ruolo originario legato
all’agricoltura, dovrebbero essere conservate, poiché costituiscono
una testimonianza storica assai importante per il territorio. A causa
dei continui mutamenti delle gerarchie urbane legati a fenomeni di
crescita o decrescita demografica, ai fenomeni di decentramento delle
industrie, alla presenza di flussi migratori in uscita dalle città,
all’attribuzione di maggior valore alle parti di nuova edificazione
all’interno del tessuto urbano, le cascine hanno subito nel corso
dell’ultimo secolo un progressivo abbandono e a volte vere e proprie
demolizioni.
Dove tale abbandono non
si è verificato il frazionamento delle proprietà e la presenza in
questi edifici di ceti economicamente più deboli ha impedito nella
maggior parte dei casi interventi di recupero integrali e rispettosi dei
caratteri tradizionali di tali edifici.
Negli ultimi decenni
sono stati effettuati, spesso con l’intervento di enti pubblici,
interventi di recupero completi e rispettosi di tali
"monumenti" della civiltà contadina.
ARCHITETTURA
ROMANICA IN BRIANZA
In Brianza le
testimonianze artistiche relative all’età medioevale sono molte e
spesso ben conservate; prevalentemente di carattere religioso, sono
costituite da chiese di campagna, torri campanarie e battisteri. Gli
edifici presentano muri spessi generalmente realizzati con materiale non
uniforme o di recupero. Le chiese sono organizzate su tre livelli: le
navate, il presbiterio sopraelevato e la cripta sotterranea. La
struttura interna è semplice e formata da pilastri, i quali sostengono
una copertura a capriate o a volte. L’illuminazione interna, invece,
è favorita da aperture , finestre strombate e piccoli rosoni nelle
facciate. Per comprendere i problemi di tutela e restauro del patrimonio
architettonico medievale viene qui presentato il caso della basilica di
S. Vincenzo a Galliano.
IL CASO:
LA CHIESA DI SAN VINCENZO A GALLIANO
Il complesso
monumentale è uno dei più importanti e integri dell’età ottoniana
nell’Italia settentrionale. Quest’edificio, dedicato al Martire
Vincenzo di Saragoza, risale alla seconda metà del V° secolo e fu
ristrutturato nel 1007 dall’arcivescovo Ariberto che organizzò il
presbiterio e fece costruire la cripta.
L’edificio presenta
un impianto a tre navate; l’esterno è caratterizzato da una sobria
imponenza e da rari episodi decorativi. La basilica aribertiana è una
dei più antichi esempi di chiese articolata su tre livelli praticabili.
Assai rilevanti sono gli estesi cicli del presbiterio e della nave
maggiore dell’inizio dell’XI secolo, considerati come il più vasto
e importante insieme di pitture murali d’epoca ottoniana dell’Italia
settentrionale. Nel 1584 il Capitolo Canonico fu trasferito presso la
chiesa di San Paolo di Cantù, di conseguenza ci fu un lento, ma
inesorabile declino degli edifici. Nel 1801 La basilica fu acquistata
dai privati, i quali l’adibirono ad uso coloniale, aprendo finestre
nelle murature e distruggendo la navata sud.
Dal 1909 con
l’acquisto da parte del comune di Cantù, si ebbe il riscatto del
monumento.
PROBLEMI
DI RECUPERO E RESTAURO
I primi lavori di
restauro della basilica, furono deliberati dal Consiglio Comunale di
Cantù nel 1910 e si protrassero fino al 1913. Questa fase di
risanamento prevedeva il recupero delle strutture originarie,
relativamente alla loro stabilità ed alla demolizione delle stalle
addossate all’abside, i solai e i tramezzi interni, i serramenti ed i
portichetti esterni. Nel dicembre del 1910 la struttura originale della
basilica fu riportata in luce, compresi gli affreschi, considerati sino
ad allora perduti. Durante i lavori, all’interno della basilica,
furono ritrovate lapidi con iscrizioni di epoca paleocristiana e
romanica e i resti di una pavimentazione di pietra nella zona absidale.
Nel 1911 si chiusero le finestre aperte dai coloni, si rinsaldò tutta
la struttura muraria e si ricostruì la chiusura delle arcate
meridionali con una nuova parete in mattoni. Nel 1912 si sostituì il
tetto con una copertura nuova in ardesia. Successivamente si riportò in
vista il pavimento nel presbiterio e si ripristinò complessivamente la
struttura; si sistemò l’area esterna intorno alla chiesa,
racchiudendola con un muro di recinzione per proteggere l’intera
collinetta di Galliano e si verificò la funzionalità degli scoli
dell’acqua, per impedire che la pioggia, entrando nella chiesa,
guastasse gli affreschi. Nel 1916 con il sopraggiungere della guerra i
lavori furono sospesi e si provvide alla chiusura provvisoria delle
finestre con gli assiti. Nel 1929 fu varato il nuovo programma di
interventi, suddiviso in due parti, la prima riguardante l’esterno, la
seconda l’interno. Si portarono a compimento le opere di drenaggio e
di scolo per ottenere il prosciugamento delle infiltrazioni d’acqua
nella cripta, si consolidarono le fondazioni dei pilastri della navata
maggiore e si procedette ad un generale rinsaldo delle murature. Si
realizzò la chiusura dei piedritti del lato della navatella distrutta e
si procedette anche all’integrazione delle parti mancanti della
muratura con rappezzi in materiale simile a quello originale. Nel 1932
si chiuse la navata minore settentrionale con l’absidiola che ancora
oggi si vede, ricostruita sulla base delle tracce rimaste. Si demolirono
le murature erette provvisoriamente tra le arcate meridionali della
navata maggiore, sostituendole con un ampio serramento vetrato che oltre
ad illuminare l’interno, lo preservava dalle intemperie. Il recupero
dell’edificio sembrava così ultimato, quando si costatarono, nelle
strutture e sulle superfici affrescate, nuovi sintomi di degrado,
imputabili alla formazione di grandi quantità di umidità. Con un
progetto di completo risanamento si riuscì a determinare che l’umidità
presente nella basilica era principalmente di tipo ascendente, cioè
risaliva alle murature dal terreno, per la presenza di una sottostante
falda acquifera. Un nuovo intervento di risanamento conservativo delle
navate e delle strutture absidali cominciò nel 1981. Fu necessario
rifare anche le membrature delle capriate, ormai corrose dall’umidità.
Durante i lavori di abbassamento del fondo dell’edificio per la
formazione del sottofondo aerato, vennero rinvenute sei tombe,
confermanti l’ipotesi di un’antica destinazione cimiteriale del
luogo di culto. Un secondo lotto di interventi conservativi fu
realizzato dal 1979 al 1985 per portare a compimento le opere
tralasciate in un primo tempo, particolarmente la sistemazione della
cripta e della copertura del presbiterio. Dal 1986 si intervenne anche
sugli affreschi. Nel maggio del 1986, la basilica fu riaperta al culto e
inaugurata ufficialmente nel settembre dello stesso anno.
LE VILLE
STORICHE DELLA BRIANZA
La Brianza tra tardo
Rinascimento Barocco diventò l’area preferita nel milanese per
l’edificazione delle ville extraurbane perchè facilmente
raggiungibile dalla città. Inoltre la Brianza essendo una zona
collinare lambita dalle montagne presenta numerosissime alture che
sembrano fatte apposta per la localizzazione scenografica delle ville.
Le ville antiche
costituiscono la testimonianza di un tipo di cultura e di una civiltà
da tempo ormai conclusa.
I massicci processi di
trasformazione delle strutture territoriali, a seguito dei fenomeni
provocati dalla rivoluzione industriale e, in particolare, dal
progressivo inurbamento, hanno smisuratamente ampliato i confini della
città investendo la campagna circostante. A seguito della crescita
delle città e dell’espansione dell’edilizia, il valore delle aree
libere veniva moltiplicato e superava di gran lunga quello derivante
dalla rendita delle attività rurali. Le ville persero così da una
parte la possibilità di offrire ai loro proprietari un soggiorno
piacevole e riposante a contatto con la natura, dall’altra la loro
funzione agricola.
La situazione è andata
progressivamente aggravandosi per l’impossibilità, delle famiglie
nobili e alto-borghesi, di conservare quella monodopera destinata alla
manutenzione di complessi architettonici così vasti e delicati.
Le ville hanno pertanto
subito un progressivo abbandono e in molti casi una triste sorte di
manomissione. Spesso i giardini sono stati lottizzati e i locali di
residenza trasformati in depositi e magazzini, nella più assoluta
indifferenza verso i valori storici e artistici preesistenti.
PROBLEMI
DI RECUPERO E RESTAURO
Per risolvere i
problemi della riutilizzazione delle ville storiche è importante tener
conto delle due funzioni che queste hanno da sempre svolto: quella
agricola, ormai perduta, e quella residenziale, che può invece essere
mantenuta. I proprietari di tali monumenti siano essi privati o enti
pubblici devono accollarsi il compito della manutenzione, quali
depositari di un bene storico che deve essere conservato come patrimonio
di interesse pubblico.
Nel caso in cui la
funzione residenziale non sia più attuabile si investe il discorso più
complesso riferito all’utilizzazione. Occorre ricercare per le ville
quelle destinazioni che siano compatibili con la loro struttura e che
siano riferite alle esigenze locali: funzioni culturali (biblioteche,
uffici comunali, ambienti per esposizioni d’arte ecc), turistiche
(alberghi, ristoranti), legate ad attività di tempo libero,
rappresentative ecc.
In Brianza buona parte
delle ville storiche sono state aquistate da enti pubblici e assolvono
ora un tipo di funzione sociale. Queste testimonianze del passato
assolvono quindi un valore educativo, anche attraverso la fruizione
pubblica dei grandi parchi.
L’ottocentesca Villa
Tittoni a Desio costituisce un tipico esempio di riutilizzo di un
edificio storico. La villa e il parco hanno subito nel corso del tempo
numerose trasformazioni. La villa saccheggiata e trasformata in caserma
militare nel corso della seconda guerra mondiale, è stata acquistata
negli anni ’60 dal Comune di Desio insieme al suo parco ed è stata
completamente restaurata. Il Comune vi ha trasferito parte dei suoi
uffici, mentre le sale di maggiore valore sono state adibite a sede di
esposizioni e manifestazioni culturali. Un incendio doloso alcuni anni
fa ha però distrutto l’ufficio tecnico del Comune e insieme a questo,
parte delle sale di rappresentanza appena restaurate.
IL CASO:
PALAZZO BORROMEO ARESE A CESANO MADERNO
Nel 1534 Bartolomeo II
Arese si sposò con Caterina Fossano dalla quale ebbe dieci figli, tra i
quali ricordiamo il maggiore, Marco Antonio, ed il secondogenito
Benedetto I, perchè ai loro discendenti si deve la costruzione dei due
palazzi di Cesano Maderno. Dall’unione di Marco Antonio con Ippolita
Clari nacque Giulio che nel 1626 incaricò un architetto di abbattere
una struttura castellana che esisteva in Cesano perchè voleva costruire
un nuovo palazzo che mettessein evidenza meravigliosamente i fasti della
sua famiglia e si contrapponesse al palazzo fatto costruire, a partire
dal 1618, dal cugino Marco Maria, figlio di Benedetto I Arese. La nuova
costruzione, progettata da Giulio, fu realizzata dal suo erede:
Bartolomeo III Arese. Successivamente con il conte Renato III, alla metà
del ‘700, fu il giardino a ricevere la maggiore attenzione, assieme ad
alcune stanze le cui decorazioni furono rifatte secondo il nuovo gusto
rococò.
Dopo il dominio
francese e quello austriaco, soltanto nel 1859, quando la Lombardia
venne liberata dalla dominazione austriaca, il palazzo fu restituito ai
suoi nobili proprietari: la popolazione cesanese prese d’assalto il
palazzo, per scacciare la guarnigione austriaca che vi era
acquartierata, e i soldati, prima di lasciare il palazzo, tentarono di
darlo alle fiamme. La proprietà passò a Elisabetta, figlia di Giberto
VI, e in seguito a suo figlio Guido che ebbe a cuore la dimora
restaurandola, assieme alla moglie, contessa Teresa Frigerio. Durante il
secondo conflitto mondiale il palazzo ospitò famiglie di sfollati.
L’ultimo dei Borromeo Arese ad abitare nel palazzo fu il figlio di
Guido, conte Renato, che vi dimorò con la sorella Giustina fino 1970,
anno della sua morte. Da questo momento iniziarono le trattative fra gli
eredi Borromeo a l’Amministrazione Comunale di Cesano Maderno.
L’accordo fu raggiunto solo nel 1987: il giardino ed il palazzo
(svuotato dai suoi arredi) divennero così patrimonio comune di
tutti i Cesanesi.
IL
COMPLESSO MONUMENTALE
Con l’intenzione di
evidenziare l’accesso al palazzo e la dipendenza del territorio
circostante dalle loro potenti famiglie, gli Arese e i Borromeo
compirono una vera e propria operazione urbanistica.
Sono varie le
componenti del complesso Borromeo Arese, il centro è il maestoso
palazzo, preceduto da una piazzetta che già dal primitivo progetto di
Bartolomeo III era concepita in stretta relazione con esso: la
sistemazione monumentale di questo spazio fu però attuata soltanto
nella prima metà del Settecento, con forme riprese dalle decorazioni
dei giardini cinquecenteschi. Due muri, approssimativamente
semicircolari, chiudono a tenaglia la piazza formando una esedra e sono
scanditi da lesene rustiche sormontate da pinnacoli a fiamma in blocchi
di pietra spugnosa. Nelle pareti si aprono una serie di nicchie con
timpani e cartelle ornate da mascheroni. Invece alle spalle del parco si
estende l’ampio giardino interamente recintato: la parte sud forma il
primo tratto che partendo dalla loggia del palazzo termina nel bacino
ovale con la fontana. Da qui partiva un lungo viale che si concludeva di
fronte ad un recinto murato, detto il "Serraglio", in cui
venivano allevati gli animali, cervi daini e cinghiali, che servivano
alle cacce nelle Groane. Di questo recinto restano uniche tracce il nome
della Via Serraglio ed un portale ridotto alla funzione di
spartitraffico.
IL
RESTAURO DEL PALAZZO
L’intervento di
restauro di Palazzo Borromeo, tuttora in corso, costituisce
un’operazione fondamentale per la salvaguardia del monumento. Gli
interventi sono stati preceduti da uno studio attento delle strutture
originali. Per il ripristino dell’intonaco ad esempio sono state
effettuate una serie di analisi di laboratorio in modo da definire la
composizione degli intonaci originali, il grado di inquinamento dell’ambiennte
ecc. al fine di individuare il materiale più adatto al restauro.
L’analisi del palazzo
effettuata prima dei restauri sottolineava la situazione di grave
degrado delle superfici esterne di Palazzo Borromeo in particolare del
fronte principale e delle facciate verso il giardino. Esse presentavano
una superficie decoesa ed erosa, oltre che interessata da un fenomeno di
distacco dal supporto murario molto accentuato e diffuso. La facciata
invece presentava un intonaco che aveva perso lo strato di finitura e
pesanti integrazioni dell’intonaco con malta a base cementizia.
Per la zona porticata
si è invece previsto il restauro delle cornici in arenaria delle
finestre, dei busti e delle nicchie in stucco. Gli interventi di
restauro prevedono inoltre un totale rifacimento dei serramenti esterni.
In una seconda fase,
successiva a quella del restauro degli esterni, è previsto il recupero
delle sale al piano terra, attraverso il ripristino delle pavimentazioni
in cotto lombardo e in pietre, degli intonaci, degli arredi fissi
(camini, balaustre, cornici) e dell’apparato decorativo. Per gli
affreschi, una volta puliti e fissati, sono previste integrazioni delle
lacune con velature o tratteggi ad acquarello.
Infine il progetto di
restauro prevede anche di affrontare il problema dell’impianto
elettrico e dell’illuminazione dei locali.
IL
GIARDINO
Il giardino presentava
la tipica regolarità della tradizione rinascimentale italiana e risulta
evidente che la superficie totale dell’area a verde corrispondeva
pressappoco alla metà di quella attuale nel senso della lunghezza ed
era chiusa ad est da un muro di recinzione, al di là del quale si
estendeva un vasto terreno alberato. La nascita del nuovo casato
Borromeo Arese diede un impulso decisivo alle opere di ampliamento e
miglioramento del giardino.
Inizialmente nel
giardino erano presenti grandi aiuole geometriche anche nella parte oggi
completamente a prato , di fronte alle pertinenze del palazzo e prima
del degrado nel giardino apparivano vaste superfici a prato in cui
spiccano alberi centenari, viali di carpini, la peschiera, le fontane,
le statue disposte simmetricamente lungo l’asse centrale.
IL
RESTAURO DEL GIARDINO
Ridotto ad una selva
dal progressivo decadimento dell’intera proprietà, il giardino è
stato oggetto di un impegnativo lavoro di recupero e di sistemazione ed
è aperto al pubblico dall’autunno del 1991. Per procedere ad una
prima sistemazione degli alberi in esso radicati, l’Amministrazione ha
ritenuto opportuno e necessario procedere al censimento degli alberi ed
alla valutazione del loro stato fitosanitario. In linea generale, ad un
primo sommario esame delle piante radicate all’interno del parco, si
può affermare che il loro stato fitosanitario era buono; non si
riscontravano malattie o attacchi parassitari tali da presagire la
scomparsa di alcune specie o il deperimento delle piante più
rappresentative e di quelle maestose.
I problemi riscontrati
derivano per la maggior parte dallo stato di abbandono a cui è stato
oggetto il parco da quindici anni a questa parte, che ha determinato la
crescita di soggetti arborei malformati o senza alcun avvenire, una
eccessiva densità di piante e la marcescenza del fusto nella maggior
parte delle pinte. Quest’ultime, al fine di conservare la forma della
chioma, erano continuamente oggetto, durante l’inverno, a potature di
mantenimento e con tutta probabilità in alcuni punti il taglio veniva
ripetuto parecchie volte nel corso degli anni con formazione di calli
cicatrizionali ingrossati con conseguente ristagno più o meno
prolungato dell’acqua piovana che ha favorito lo sviluppo di carie.
Per evitare che la
situazione degenerasse ulteriormente sono stati preventivati gli
interventi che possono essere così riassunti:
-pulizia del sottobosco
al fine di allontanare tutta la vegetazione erbacea ed arbustiva che
invadeva il sottobosco riconferendo così al complesso boscato
l’aspetto di parco-giardino;
-abbattimento delle
piante morte.
Anche gli arredi in
pietra del giardino (statue, basamenti, balaustre ecc.) hanno subito
gravi danni nel corso del tempo e pertanto necessitano di interventi di
restauro. Tali danni sono stati provocati in buona parte dall’incuria
e dagli agenti atmosferici, ma anche dall’inquinamento che ha
danneggiato la superficie della pietra corrodendola e sbriciolandola.
FUNZIONE
ODIERNA E FUTURA
Il Comune, essendo
proprietario del Palazzo Borromeo, è disponibile a destinare
l’immobile ad attività didattiche ed istituzionali dell’Università
"Ateneo vita-salute San Raffaele" e per favorirne il più
ampio sviluppo è intenzionato a svolgere un ruolo attivo e di sostegno.
Fig 9.
Veduta della corte d’onore del Palazzo Arese Borromeo Arese a
Cesano Maderno dopo recenti restauri
L’Università ha
accettato tale proposta e si impegna a destinare l’immobile allo
svolgimento delle proprie attività istituzionali e, dal canto suo,
concorrerà all’opera di restauro con un contributo annuo di duecento
milioni per dieci anni. Tali opere dovranno essere realizzate entro il
31 dicembre 1998, con l’intesa che gli spazi interessati dai lavori
saranno progressivamente concessi in uso entro tale data man mano che ne
sarà garantita l’agibilità.
Le parti si danno atto
che:
- per le parti concesse
in uso all’Università, in relazione al carattere storico-artistico ed
alla rilevanza per la città dell’immobile in questione, lo stesso
dovrà essere accessibile al pubblico sotto la responsabilità del
Comune (visite guidate, manifestazioni organizzate su iniziativa del
Comune o dell’Università) compatibilmente con lo svolgimento delle
attività didattiche e con tempi e modalità da concordare;
- per le parti
mantenute in uso dal Comune, in relazione alle esigenze delle attività
didattiche e/o istituzionali, le stesse potranno essere utilizzate
dall’Università secondo tempi e modalità definite. In conclusione si
è stabilito che la concessione ha durata 50 anni.
Fig 10. Statua
in pietra di molera, di soggetto incerto, abbattuta o caduta a causa
della parte ai piedi erosa dalle piogge acide. (Giardino di Palazzo
Borromeo Arese)

Fig 11.
Giardino del palazzo Borromeo Arese. Situazione iniziale precedente agli
interventi di restauro (ottobre 1990).
Fig 12.
Giardino del Palazzo Borromeo Arese: Risultato raggiunto dopo gli
interventi di restauro che hanno ripristinato il cannocchiale
prospettico(ottobre 1991).
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